Federigo Tozzi

   

    

 

 

     Sommario: La biografia - La poetica e la visione del mondo: formazione culturale dello scrittore, rapporti con Verga e D’Annunzio, il pessimismo, la visione della Storia, l’anelito religioso e il moralismo, biografia e letteratura - La trilogia dei romanzi maggiori: Con gli occhi chiusi, la trama, elementi autobiografici, le caratteristiche del protagonista, rapporto con i vinti verghiani e con la figura dell’inetto, il sentimento della Natura, idee politiche ed elementi di sociologismo, la vera sostanza del romanzo, la forma narrativa,. il Podere - Tre Croci - caratteri generali della trilogia - Le altre opere: le raccolte di versi - Bestie - Ricordi di un impiegato - gli Egoisti - Il teatro e L’incalco.

 

    

    

     La biografia

    

     F. Tozzi nacque a Siena nel 1882 da una famiglia contadina trasferitasi in quella città. Il padre aveva una trattoria dalla quale ricavava il necessario per vivere e anche qualcosa in più. Uomo sanguigno, autoritario e manesco, dominava completamente la famiglia. Con i risparmi riuscì ad acquistare due poderi in quel di Siena che lo resero di più che un semplice trattore. Ebbe comunque con il figlio un rapporto difficile. La madre era invece una trovatella dalla malferma salute, soggetta a crisi epilettiche; prima di Federigo aveva messo al mondo sei figli, tutti morti precocemente tuttavia, e perse lei stessa la vita quando il nostro scrittore aveva soltanto dieci anni. Il bambino, iscritto al ginnasio arcivescovile della città, non sembrava portato per gli studi, tanto che fu ritirato dalla scuola e successivamente iscritto all’Istituto di Belle arti. Espulso per cattiva condotta, passò alle scuole tecniche. Durante la gioventù fu colpito da una malattia agli occhi che lo costrinse a stare al buio per diversi mesi; quando finalmente guarì, non volle subito uscire dalla sua camera e riprendere la vita normale, manifestando un certo turbamento psichico. Nel 1907 si innamorò di Emma Palagi, desiderò allora avere un lavoro che lo rendesse indipendente. Lo cercò prima a Roma, ove provò ad  entrare nel giornalismo, poi in un Ministero. Nella capitale entrò in contatto con altri letterati e divenne in particolare amico di M. Moretti, Rosso di San Secondo, L. Pirandello e soprattutto di G. A. Borgese che diverrà poi il curatore della pubblicazione delle sue opere. Vinse alla fine un concorso alle ferrovie grazie al quale fu assunto ed inviato a Pontedera, per essere dopo non molto trasferito a Firenze. Mortogli il padre, ereditò i due suoi poderi. Solo allora poté sposarsi e decise di lasciare il lavoro per occuparsi della amministrazione dei suoi beni. Cominciò contemporaneamente a dedicarsi alla letteratura collaborando con alcune riviste letterarie e finalmente fondandone assieme a D. Giuliotti egli stesso una che denominò La Torre e che definì “organo della reazione spirituale italiana”. La rivista aveva un chiaro programma politico-religioso sintetizzato nella dichiarazione: “In religione, cattolici apostolici romani; in politica, imperatore consacrato dal Papa e per i demagoghi il Boja; in letteratura, ciò che siamo e come siamo, vale a dire toscani; e tanto basta”. Il suo primo romanzo di valore fu “Con gli occhi chiusi” che uscì nel 1913. L’anno successivo si trasferì a Roma assieme alla famigliola. Scoppiata la guerra entrò come volontario nella Croce Rossa. Morì nel 1920 all’età di 37 anni a causa di una polmonite.

    

    

     La poetica e la visione del mondo

    

     Quanto alla formazione culturale di Tozzi sappiamo che inizialmente studiò i grandi poeti toscani del Trecento, si avvicinò poi ai narratori dell’Ottocento ed in particolare a Poe. Conosciute le teorie di Darwin, si accostò anche a Zola e per un momento si sentì socialista, ma a modo suo, dichiarando: “odio i preti, i potenti e i soldati...”. Successivamente lesse i poeti simbolisti e D’Annunzio, tornò quindi ad interessarsi degli scrittori veristi e a Verga in maniera particolare. Scoprì infine i grandi narratori russi leggendo Tolstoj, Dostoevskij e Cechov, nello stesso tempo approfondendo le sue conoscenze di filosofia con la lettura di James.

     Le esperienze fondamentali devono tuttavia essere considerate quelle italiane. Tozzi stesso in un suo articolo intitolato “Verga e noi” ebbe a scrivere: “D’Annunzio è stato per la nostra consistenza e per la nostra serietà umana soltanto una indispensabile violazione dopo la quale è stato opportuno provvedere da noi...senza D’Annunzio il Verga sarebbe stato troppo poco per la coscienza intellettuale della Nazione. Noi abbiamo avuto bisogno dell’uno e dell’altro”. L’autore però non è riducibile ad esse sole. Egli esprime infatti un’ansia di moralismo e di autobiografismo che si spiegano, la prima, considerando la situazione culturale dell’Italia del momento, e la seconda un malessere interiore dello scrittore, sia per il mondo che lo circondava, sia per la sua maniera di porsi di fronte ad esso.

     I suoi romanzi pertanto registrano due costanti che sono la minuziosa descrizione del mondo reale, cui sottostà la visione del mondo dello scrittore, e una ancora più minuziosa analisi del mondo interiore dei personaggi, generata da una non accettazione della prima. La visione del mondo di Tozzi dicevamo è fortemente pessimistica. Egli accetta il fatto che a muovere tutto il meccanismo della società sia fondamentalmente il fattore economico. Visione per la quale è legato a Verga, dal quale si distacca tuttavia sia a livello stilistico, giacché non accetta il canone della impersonalità dell’opera d’arte ché anzi continuamente interviene a commentare gli eventi travasando nei suoi romanzi una quantità di esperienze personali, sia a livello ideologico, giacché se è vero che Verga mantenne nei confronti dei suoi personaggi un certo superiore distacco, Tozzi invece si lascia coinvolgere completamente. Ma la differenza maggiore tra i due sta anche nella visione della Storia. Se Verga infatti poté negare l’azione e la presenza in essa della divina Provvidenza, Tozzi invece, erede in questo di Manzoni, non la nega, ma neppure ne avverte la presenza.

     Occorrerà a questo punto dire due parole sul cattolicesimo tozziano. Esso non è esplicitamente mostrato, ma come morale sottostà a tutta l’attività letteraria dello scrittore. Del Cristianesimo Tozzi si serve come di una lente attraverso la quale osservare e giudicare la realtà del mondo che lo circonda. Nella sua opera non troviamo elementi di teologia, né egli ci fornisce modelli di un vivere cristiano, come ad esempio aveva fatto Manzoni, piuttosto egli denuncia il fallimento del Cristianesimo in quanto incapace di attecchire nel cuore degli uomini, fatte salve poche eccezioni, tanto che nel mondo gli sembra dominare il male. Un breve accenno al vivere cristiano troviamo in “Con gli occhi chiusi” relativamente alla figura di Domenico il quale riesce ad angariare i suoi dipendenti, ma poi “tutti i sabati...faceva l’elemosina dei pezzi di pane avanzati agli avventori”. Sennonché questa forma di solidarietà è condannata come ipocrita, visto che Domenico negli altri giorni della settimana tiene ben altro atteggiamento nei confronti dei suoi dipendenti.

     Nelle diverse opere emergono poi chiaramente gli orientamenti politici dello scrittore che condanna lo sfruttamento della classe operaia, lamenta la mancanza di una legislazione sociale avanzata, critica il prevalere nella società dei valori della borghesia imprenditoriale. Il quadro politico che Tozzi disegna dell’Italia del suo tempo corrisponde a quello di una società poco umana, profondamente ingiusta, dominata dalla legge del profitto e dell’accumulo capitalistico a danno delle classi subalterne. A ciò si deve aggiungere la visione pessimistica nei confronti della stessa natura umana, per la quale le pulsioni negative, la disposizione a fare il male, prevalgono su quelle positive volte al bene. In una situazione del genere lo scrittore intravede, ad esempio ne “L’incalco”, una sola possibile soluzione: il rifugio nella Fede. Occorre aggiungere però che per Tozzi la condizione di infelicità dell’individuo non è riconducibile a particolari situazioni socio politiche, non appare caratteristica di uno specifico momento storico, né è esclusiva di un ceto sociale in particolare. Il suo è un pessimismo radicale giacché non arriva ad individuare le scaturigini di questa infelicità, ma ne avverte tuttavia un legame con un ordine superiore.

     Apparirà chiaro a questo punto che Tozzi della letteratura ebbe una visione estremamente impegnata. Se per un verso infatti egli se ne servì per denunciare le ingiustizie di una società storicamente determinata, per un altro essa fu volta ad illustrare il mistero del cuore umano. Così egli non si rivolse ad un pubblico omogeneo, ma il più vasto possibile, pur rimanendo il ceto borghese il destinatario privilegiato del suo scrivere. Conseguentemente egli si indirizzò verso il genere letterario del romanzo e adottò uno stile particolare. La sua lingua infatti ha una certa patina toscana che si manifesta in certe scelte lessicali ed ortografiche, ed il fraseggiare inclina verso la paratassi, rendendo il periodare scorrevole e senza complicazioni sintattiche. Si è poi notato come anche l’uso della punteggiatura sia particolare soprattutto in riferimento al punto e virgola al quale egli spesso fa ricorso allo scopo di evidenziare e mettere in risalto quanto espresso nella parte terminale del periodo che lo segue. Da notare infine l’estremo equilibrio esistente tra le parti dialogate e quelle narrative.

     Non si può terminare questo excursus senza fare un riferimento anche alle descrizioni paesaggistiche presenti nei romanzi. Il paesaggio in Tozzi non serve più, come avveniva con Manzoni, ad introdurre un evento, a creare un’atmosfera; non è più romanticamente sentito come vibrante all’unisono con il cuore del personaggio; né è fuggevole e poco sottolineato come per lo più nella narrativa verista. Esso esprime un’angoscia esistenziale ed è colto negli aspetti deprimenti, nella sua desolazione, soprattutto nelle descrizioni di Siena che appare città dalle case antiche fatiscenti, dalle morte memorie, dai molti stemmi di grandi famiglie ormai estinte, oppure insieme di case e di viuzze contorte che non si sa dove conducano e dalle quali solo in lontananza si intravede uno sprazzo di campagna o uno spicchio di cielo. Ambito chiuso e ristretto, opprimente come una prigione.

    

     

     La trilogia dei romanzi maggiori

    

     L’opera di F. Tozzi con piena legittimità si affianca a quella di Pirandello e di Svevo per il decisivo contributo che egli diede al superamento dei limiti della letteratura di stampo naturalistico con le sue incursioni nell’ambito della vita psichica e dell’inconscio.

     La grandezza di Tozzi come scrittore è pertanto dovuta ad una trilogia di romanzi sull’inettitudine, cioè “Con gli occhi chiusi”, “Il podere” e “Tre croci”.

     Egli scrisse tuttavia una serie di opere costituite dalle raccolte di versi “La zampogna verde” e “La città della vergine”, e dalle prose di “Bestie”, “Gli egoisti” e “Ricordi di un impiegato”.  Fu inoltre autore di opere teatrali tra cui si ricorda “L’incalco”, l’unica che G. Manacorda giudica degna di attenzione. Pubblicò infine una “Antologia di antichi scrittori senesi” che comprende autori dalle origini sino a Santa Caterina.

     Il titolo del primo romanzo della su citata trilogia, “Con gli occhi chiusi”, allude alla incapacità del protagonista di vedere la realtà della donna che ama. Si narra infatti la storia di Pietro, un giovane abulico, che oppresso dall’autoritarismo di un padre dispotico ed irascibile, Domenico Rosi, si innamora di una ragazza , Ghisola, che vive in campagna a Poggio a’ Meli, il podere vicino Siena acquistato dai Rosi con i loro risparmi ed affidato alla conduzione di una famiglia di salariati di cui la ragazza è una nipote. La prima parte del romanzo, che non conosce divisione in capitoli, è dedicata alla presentazione della famiglia di Pietro e dello stesso protagonista visto negli anni della sua adolescenza. Domenico, il padre, è rappresentato come un uomo sanguigno e volitivo, carattere dominante dal quale Pietro non riesce a staccarsi ma al quale reagisce in maniera inconscia con la disubbidienza e con il fare esattamente il contrario di ciò che egli desidera. Ne riceve costante disprezzo e non cura. Sicché il ragazzo si ritrova in profonda solitudine come profondamente solo è il personaggio della madre, carattere opposto a quello paterno, se non fosse che anche lei è completamente dedita al lavoro e agli impegni domestici. Se ella è dolce e remissiva sino all’inverosimile, al punto da avvertire anche il momento della sua morte come un’azione dalla quale le potrebbe venire un rimprovero, non per questo riesce ad ottenere qualcosa dal figlio. Nella seconda parte, per così dire, si narrano invece le vicende di Ghisola che inevitabilmente scivola verso la prostituzione. La ragazza infatti, dopo essere stata posseduta carnalmente da un vedovo e poi da un altro contadino, finisce con il correre per la bocca di tutti i compaesani che la giudicano una poco di buono. Si trasferisce così in città dove diviene la mantenuta di un commerciante. Successivamente, quando questi non riesce più a mantenerla giacché è andato in rovina, decide di prostituirsi in una casa di appuntamenti, pur avendo riallacciato amicizia con Pietro. Questi di lei è sempre innamorato tanto che alla fine decide di sposarla, pur sapendo che il padre non lo approva. Non riesce a realizzare il suo proposito però perché una lettera anonima lo avverte che la ragazza lo tradisce e che per averne le prove è sufficiente che egli si rechi ad un certo indirizzo in città. L’indirizzo fatto pervenire a Pietro è quello del bordello e quando egli vi si reca e sorprende la sua Ghisola tra le altre prostitute, allora finalmente apre gli occhi sulla sua realtà.

     Il romanzo è fortemente autobiografico corrispondendo perfettamente i caratteri dei genitori di Pietro a quelli dei genitori di Federigo. Lo stesso protagonista altro non è che una proiezione dell’autore. Poca relazione ha invece la moglie dello scrittore con Ghisola. Questa in origine era stata pensata come la protagonista vera del racconto che in un primo momento avrebbe dovuto intitolarsi proprio da lei. Vale la pena perciò soffermarvisi un momento. Ghisola abbiamo detto è una contadina non istruita e di estrazione poverissima che si avvia inevitabilmente verso la prostituzione. E’ possibile che Tozzi in origine abbia avuto intenzione di scrivere un romanzo su questo problema sociale, ma che poi lo abbia relegato in quella che abbiamo individuato come la seconda parte dell’opera. Comunque sia lo scrittore non mostra comprensione alcuna per la ragazza che condanna senza possibilità di appello. Lo sbocco della vita di Ghisola nella prostituzione infatti non è presentato come una conseguenza della eccessiva povertà, bensì come necessaria conclusione del carattere della ragazza predisposta naturalmente alla menzogna sin dall’infanzia, con una punta di egoismo e di cattiveria nell’animo, ma, soprattutto, incline alla lussuria. Il carattere infedele della ragazza emerge già dalla fanciullezza ad esempio nella storia della sua amicizia con l’unico amico di Pietro e con il quale lo tradisce; il carattere menzognero è più volte sottolineato ed esplicitamente riconosciuto anche da Pietro quando la rimprovera per le possibili menzogne e la apostrofa per dirle che “a lui” deve dire la verità. Il carattere lascivo, infine, si manifesta in più occasioni, anzi dalla prima, quando non si oppone all’uomo che per primo tenta di possederla, sino alla fine, quando sarà lei a sedurre Pietro infilandosi di notte nel suo letto, sia pure con l’intenzione di fargli poi credere di essere rimasta incinta da lui.

     Lo scrittore dunque respinge ogni interpretazione sociologica del fenomeno e lo condanna decisamente. Ma c’è di più. Nella storia di Ghisola è nascosta anche la visione dell’amore nutrita dallo scrittore e soprattutto il suo misoginismo. Visione dell’amore eminentemente negativa, in quanto esso appare foriero solo di inganni e di dolore; e visione misogina della donna, considerata come Eva che invita Adamo al peccato, strumento del diavolo, di perdizione dell’uomo nella misura che in lei confida e a lei si affida. Questo dicevamo avrebbe dovuto essere il contenuto primo del romanzo, ma poi così non fu. Protagonista primo divenne Pietro, l’uomo “con gli occhi chiusi”. In lui tutti i critici hanno visto una figura di inetto, alla maniera dei personaggi sveviani. In verità Pietro, se pure possiede caratteristiche proprie di un soggetto del genere, non coincide poi propriamente con esso, se non altro per il fatto che non sogna mai di modificare la realtà, non è un velleitario, quanto piuttosto un abulico, un essere del tutto privo di volontà propria, che non agisce in virtù di un ragionamento o di una intenzione specifica, bensì seguendo il suo istinto o assecondando gli eventi. In un solo momento manifesterà una volontà, quando deciderà di sposare Ghisola, ma quel suo unico atto volitivo lo condurrà a registrare il più amaro di tutti i fallimenti: quello sentimentale.

     Egli pertanto non può essere accomunato neppure ai vinti verghiani: non cade vittima della lotta per la sopravvivenza, né la sua vicenda è rapportata allo svilupparsi del progresso, la Storia anzi e lo stesso fluire del tempo sono poco avvertiti, né vi sono riferimenti alle stagioni, alle ore del giorno o della notte. La vicenda poi ha come centro geografico Siena, ma una qualsiasi altra cittadina di provincia avrebbe egualmente soddisfatto lo scrittore. Tutto ciò deve indurre a concludere che sia stata estranea alla volontà dell’autore l’intenzione di fare dell’alienazione di Pietro un prodotto della società contemporanea nella fase del nascente capitalismo. Il suo non volle essere un discorso strettamente politico, anche se elementi di ideologia politica e di sociologia nel romanzo non mancano. Così è analizzato, attraverso la vicenda della famiglia di Pietro, il fenomeno dell’urbanesimo. Indubbiamente viene mostrato come in questa famiglia di contadini inurbati sia rimasto un incredibile attaccamento alla terra, tanto che i primi risparmi vengono subito spesi per l’acquisto del podere di Poggio a’ Meli,  come essi sentano la mancanza in città di un contatto diretto con la Natura, come la realtà della città venga percepita come alienante. Allo stesso modo alcune idee politiche dell’autore compaiono invece, ad esempio, nell’episodio del furto di una vecchia serratura di cui Domenico si accorge durante la pesa della paglia, per la quale ha chiamato alcuni pagliaioli. Convinto che siano loro i ladri, ma non avendo le prove, alla fine se la prende con il figlio che avrebbe dovuto avere gli occhi aperti. Pietro in cuor suo però pensa che “hanno rubato perché sono poveri”, e non prova risentimento alcuno verso di essi, anzi li giustifica, ancora di più indirettamente quando nota: “La serratura era stata presa il giorno innanzi da un accattone forestiero”. Queste convinzioni derivano a Pietro dalla sua adesione al socialismo, sulle prime tenuta nascosta, poi ostentata con vanto con tutti quelli che capitavano alla trattoria. E nota poi che : “Il suo socialismo doventava, come diceva lui, e com’era di moda, intellettuale. Egli non aveva più la fede con la quale una volta voleva convertire gli altri; ma adoperava la moralità socialista per i suoi sentimenti. ”.

     Un’analisi del rapporto tra le diverse classi sociali, infine, è  presente in tutta la storia del padre ed in particolare è espressa nel comportamento che egli tiene, sia con i suoi salariati, sia con operai che chiama occasionalmente. Nei confronti dei primi si comporta, se vogliamo, come un amministratore attento, ma anche con una certa severità e rudezza, non riuscendo ad amare i suoi dipendenti e poco preoccupandosi dei loro sentimenti, anche di quelli nei suoi confronti. Rispetto ai secondi invece è ancora più egoista, fa valere la sua posizione di forza economica, e sfrutta quella di debolezza altrui, per il proprio vantaggio. Si ripensi ad esempio all’episodio del castrino. Chiamato da Domenico a Poggio a’ Meli per castrare alcune bestie, terminato il suo lavoro, Domenico gli chiede: “Quanto devi avere?” - “Una lira. E’ troppo?” - “Una lira?” - “Mi dia quello che vuole. Tanto con lei bisogna fare a modo suo” ... “ Ti dò mezza lira...” - E gli contò i soldi. L’uomo li tenne un momento nel palmo della mano...poi facendo una smorfia di scontento malizioso, se li cacciò in tasca...e girati gli occhi attorno agli assalariati...toccò il ventre di Domenico dicendo: “Ecco come ingrassano i ricchi !”.  E’ chiaro che qui Tozzi intende svolgere, alla luce della morale evangelica della giusta mercede agli operai, ribadita da quella che egli stesso definì la “morale socialista”, una polemica contro la classe imprenditoriale che troppo sfruttava le classi subalterne approfittando della loro miseria estrema.

     E la miseria economica di tanta umanità è pure denunciata, ad esempio attraverso la figura dell’anonimo vecchio che sempre in ritardo arrivava per ricevere l’elemosina di Domenico. Di lui Tozzi così scrive: “Aveva lavorato tutta la vita; e pensava, come a una magnificenza, che se si ammalasse avrebbe potuto entrare in un ospedale, dove sarebbe stato tutto il giorno steso sopra il letto. E a mangiare bene! ”, parole che stanno ad urlare la colpevolezza della società nei confronti di chi è tanto misero da augurarsi una malattia per poter avere un ricovero e un po’ di pane, e per il quale nulla essa fa. Richiesta indiretta pertanto di una legislazione sociale a favore del sostentamento dei bisognosi e di un sistema pensionistico di sostegno per chi tutta la vita ha lavorato, ma con un livello di retribuzione così basso da non aver potuto nulla risparmiare.

     Né mancano critiche alla mentalità, diffusa tra certa classe imprenditoriale, della inutilità della cultura, che si esprimeva poi in una incomprensione per l’obbligatorietà della frequenza scolastica, talché Domenico, che quella classe sociale simboleggia, può dire: “Dovrebbero esser abolite le scuole, e mandati tutti gli insegnanti a vangare. La terra è la migliore cosa che Dio ci ha data...noi senza sapere né meno la nostra firma, abbiamo fatto fortuna ”.

     Ma tutto ciò non deve indurre a concludere, come dicevamo,  che “Con gli occhi chiusi” abbia voluto essere un romanzo a sfondo politico.

     La sostanza più vera e profonda è infatti quella di natura esistenziale per cui quest’opera esprime un disagio interiore, un malessere, una condizione di sofferenza di cui lo scrittore non sa dare spiegazione diretta, ma che riesce bene a descrivere attraverso i modi comportamentali del personaggio protagonista, soprattutto nella prima parte del romanzo stesso. Sicché di Pietro può scrivere: “Stava giornate intere, solo, in casa; guardando, con la faccia su i vetri, il sottile rettangolo azzurro tra i tetti...e allora sentiva il vuoto di quella solitudine rinchiusa in uno dei più antichi palazzi di Siena, tutto disabitato, con la torre mozza sopra il tetro Arco dei Rossi; in mezzo alle case oscure e deserte, l’una stretta all’altra; con stemmi scolpiti che nessuno conosce più, di famiglie scomparse...Ripensava...Da quanto tempo era morta la mamma? Gli parevano cento anni. E tutte le cose s’erano svolte senza il bisogno di lui; a sua insaputa.”. Di fronte a questa sconfinata solitudine, è logica la conclusione che “talvolta aveva voglia di farsi uccidere”.

     Per tutto ciò Tozzi va posto tra i primi scrittori tra quanti avvertirono e denunciarono il vuoto esistenziale dell’uomo contemporaneo.

     Ne “Il podere” Remigio Selmi, il protagonista, un dipendente delle ferrovie, eredita dal padre un podere; decide allora di lasciare il suo impiego e di dedicarsi esclusivamente alla cura della sua terra e all’amministrazione della sua proprietà. Mancano però a Remigio le qualità necessarie a ciò, le capacità, l’esperienza. Così avviene che è truffato da falsi creditori, poco rispettato dai contadini da lui salariati, guardato con odio dalla matrigna, isolato da tutti. Il podere dunque si avvia alla rovina, anche a causa di eventi non dipendenti dalla volontà di Remigio, il che aumenta l’astio dei suoi dipendenti contro di lui al punto che uno di essi, Berto, alla fine lo uccide con un colpo d’accetta alla nuca. Questa trama accoglie poi dentro di sé la narrazione dei precedenti della famiglia di Remigio. Sappiamo così che il padre, rimasto vedovo, prima ha preso con sé una contadina, poi, per far tacere le chiacchiere , si è risposato con una zitella del paese. In questo rapporto a tre l’elemento dominante è Giulia, l’amante, essendo invece Luisa, la moglie, di carattere umile e remissivo. Alla morte del padre pertanto Giulia tenta di impossessarsi dell’eredità ma trova sulla sua strada il figliastro che glielo impedisce.

     Sono evidenti alcuni legami di questo romanzo con il precedente: l’ambientazione in una cittadina di provincia, la corrispondenza con alcune vicende della biografia esterna dello scrittore relative al periodo 1808-1812, la classe sociale. Il realismo poi sembra accentuarsi ed avvicinare Tozzi ancora di più a Verga. In realtà lo sguardo dell’autore si è allargato, il destino di pochi individui come il protagonista sembra essere sempre di più analogo a quello di tanti altri. Così non solo Remigio è travolto dal proprio destino, ma anche altri personaggi. Si consideri ad esempio la vicenda dell’omicidio che Berto commette. Quel suicidio non ha motivazioni economiche né passionali, come avveniva nella narrativa verista. Berto uccide senza una ragione specifica; il delitto scaturisce da pulsioni dell’io misteriose, profonde e inesplorabili per l’autore. Sotto questo riguardo allora anche Berto è una vittima, pur non essendo né un abulico, né un incapace. La visione pessimistica di Tozzi così si allarga, vittime appaiono un po’ tutti gli individui. Questo accentuarsi del pessimismo dello scrittore emerge anche da una serie di episodi che costituiscono l’espressione della cattiveria dei contadini nei confronti di un ricco proprietario come Remigio, che però non ha alcun merito per la ricchezza che possiede.

     Il mondo appare dunque dominato dall’odio, dall’egoismo, dalla volontà di vendetta; i valori cristiani della fratellanza, della solidarietà sociale, dell’amore sembrano invece tutti completamente negati e respinti dall’umanità. E ancora una volta lo scrittore non indica cause di natura politica, sociale, economica. Con ciò indirettamente alludendo ad una legge d’ordine metafisico, trascendente, alla quale l’uomo non si può sottrarre.

     Occorre poi rilevare come il protagonista stavolta non sia completamente un inetto avendo in sé una volontà di lotta che gli inetti solitamente non hanno, e come ormai il discorso di Tozzi si oggettivizzi sempre di più.

     Con “Tre croci” lo scrittore fa un ulteriore passo in avanti. Protagonisti della vicenda narrata stavolta sono tre fratelli: Giulio, Niccolò e Enrico Gambi. Essi hanno ereditato dal padre una libreria antiquaria in Siena e con i proventi che ne derivano vivono finché le cose non cominciano ad andare male. Allora essi si indebitano con il cavalier Nicchioli che ha firmato per loro conto una cambiale. Di fronte agli affari che vanno sempre peggio, i fratelli si riducono ad emettere altre cambiali falsificando la firma dell’amico. Quando la verità viene a galla, Nicchioli denuncia i tre fratelli, tutta la città viene a conoscenza del fatto e la vergogna cade sulla famiglia Gambi. Di fronte a ciò Giulio decide di togliersi la vita, gli altri due fratelli invece subiscono un processo dal quale tuttavia vengono assolti scaricando ogni responsabilità sul morto. Ma Niccolò che si è ridotto a vivere di espedienti, morirà di lì a poco di apoplessia ed Enrico, che conduce anch’egli ad una vita miserabile, sarà ricoverato presso l’Ospizio di Mendicità ove a sua volta dopo un po’ morirà.

     Il romanzo nel suo contenuto pare sia stato ispirato a Tozzi da una vicenda realmente accaduta a Siena. Questo importa solo per sottolineare come l’autore abbia progressivamente rinunciato ad introdurre nelle sue opere riferimenti diretti alle sue vicende personali. Ma non all’autobiografismo in senso stretto. Se è vero infatti che stavolta i personaggi protagonisti sono tre, ciò non deve indurre in errore, essi infatti sono frammentate proiezioni della personalità dell’autore che in ciascuno di essi sempre si riflette. Alle radici di essi permane l’irrisolto conflitto psicologico con il padre che, se ora non compare come personaggio, è tuttavia figura continuamente avvertita come presente; del resto anche qui abbiamo a che fare con una eredità che passa dal padre ai figli incapaci di difenderla.

     A livello ideologico assistiamo ad un ulteriore approfondirsi del pessimismo dello scrittore. Oggetto della sua osservazione è di nuovo il rapporto tra gli individui che appaiono sempre più condizionati dagli interessi economici, e quello tra società ed individuo, dove la prima è sempre pronta a condannare senza appello chi possa violare le sue convenzioni. In questo contesto quanti non sono capaci di dominare, inevitabilmente finiscono con l’essere schiacciati. Anche qui poi è rappresentata una società che con il Cristianesimo a poco a che spartire, e che è dominata dal dio denaro, emblema delle forze del male.

     Ora questi tre romanzi presentano degli elementi comuni costituiti dallo autobiografismo, dall’ambientazione campagnola o provinciale e dalla rievoca-zione di una cultura cattolica. Sempre campeggiano i diversi personaggi inseriti in un contesto socio economico che è quello del ceto impiegatizio, della trattoria o del negozio, della campagna. Come ha notato Roncada1, questi personaggi ricalcano, all’interno di queste costanti ambientali, una medesima impostazione psicologica: si tratta di figure in qualche modo non complete, irrealizzate, rese umane proprio dai loro limiti, dal dibattersi senza vie di uscita dentro un male che è, a sua volta, vitale, vero, perché perdura, non si spegne, si fa pianto. Non c’è riscatto per i personaggi di Tozzi, c’è invece l’affondare nelle sabbie mobili dell’abulia, dell’impotenza a reagire, del bisogno di amore e di provare amore che non riesce a giungere al destinatario. Colti nelle loro reazioni talvolta incontrollate, sanguigne e irrazionali, sono penetrati con tanta profondità da evidenziare come allo scrittore interessi la verità psicologica, il grumo irrisolto degli istinti, delle pulsioni non razionalizzabili, lo scavo dentro l’incapacità di vivere, non tanto il vissuto. L’intento non è mai quello del bozzetto o dello squarcio naturalistico, ma è quello di cogliere il modo in cui la superficie della realtà si frantumi e diventi, per chi non sa vivere, incubo, disgregazione interiore.

     Sarà chiaro a questo punto che Tozzi non può essere annoverato tra gli epigoni della letteratura verista, deve essere considerato invece il portatore di una forma nuova di realismo volto al superamento della poetica del frammento di origine vociana all’insegna di registri psichici inediti.  

     E come le opere di Pirandello e di Svevo poggiano su fondamenti filosofici post-positivistici, cioè sulla filosofia soprattutto di Binet e sulle scoperte di Freud, così quelle di Tozzi hanno un evidente legame con il pragmatismo di William James in relazione, come ha notato Guglielminetti, alle nozioni relative alle associazioni delle idee grazie a processi analogici non prevedibili ed alla esitazione di fronte all’agire tipico degli abulici e degli inibiti.

     Per comprenderle a fondo pertanto occorrerà tenere presenti almeno tre componenti che agirono come spinte profonde della loro composizione, e cioè la motivazione autobiografica, l’irrequietezza intellettuale dello scrittore di fronte al male del mondo, che lo portò da un socialismo superficiale a un cattolicesimo integralista, e la scoperta delle pulsioni di un inconscio incontrollabile dall’individuo.

     E. Gioanola2 poi ha notato come la lettura delle opere di Tozzi lasci l’impressione di un incubo: “La Siena protagonista di molti dei racconti dello scrittore ha la consistenza di una prigione, di un sogno pauroso, di un luogo declive sempre pronto a franare in chissà quale baratro: i personaggi appaiono come minacce, come pericolo da cui occorre difendersi, isolati in una loro minacciosa inaccessibilità: la stessa campagna...è gremita di presenze misteriose e minacciosa, di violenza, di paura”. Se di impressione di incubo rimanente nel lettore è esagerato parlare, certo è che non mancano nei romanzi momenti in cui la descrizione non tanto degli ambienti esterni quanto dei sogni e degli incubi, stavolta sì, dei personaggi lasciano supporre nascoste allegorie e simbologie oniriche non facilmente decodificabili che fanno pensare a certe visioni kafkiane.

     Tozzi dunque è tutt’altro che uno scrittore provinciale ed isolato, come qualche critico ha voluto dire, è per un verso infatti legato agli svolgimenti del pensiero e del romanzo europeo, per un altro proiettato invece nel futuro della letteratura narrativa italiana ed in ispecie quella dal neorealismo in poi.

   

   

     Le altre opere

    

     I due volumetti di versi prima nominati furono scritti negli anni 1911 1913. Vengono considerati dalla critica espressione di un manierismo di stampo dannunziano e di scarso valore artistico.

     La raccolta di prose intitolata “Bestie” è invece del 1917 ed è il frutto di una momentanea adesione dello scrittore agli orientamenti artistici del gruppo de “La Voce”. Si tratta infatti di impressioni, meditazioni, frammenti di vita campestre, in una fusione di animali e uomini per la quale G. Debenedetti3 ha visto un alludersi vicendevole ed analogico di cose, di apparizioni, di persone, di bestie. Per E. Gioanola4 invece questi racconti sono solo apparentemente in linea con la poetica del frammento “poiché la puntuale apparizione della bestia al fondo di ogni capitoletto crea una struttura omogenea, e poi perché nel libro non esiste descrizione e gli aspetti delle cose che pur gremiscono le pagine non si prestano affatto alle tipiche misure impressionistiche dei toscani della Voce, e gli animali in ispecie assumono un valore autonomo, indipendente...Frammenti, se si vuole, ma frammenti di realtà che fanno pensare alle tessere di un mosaico che vuol essere costruito secondo un disegno unico, anche se tutt’altro che esplicito”.

     I “Ricordi di un impiegato” nascono dalla esperienza impiegatizia presso le Ferrovie ed hanno un così forte risvolto autobiografico da costituire quasi un libro di confessioni e di auto analisi. Protagonista ne è un certo Leopoldo Gradi che ha vinto un concorso per un posto nelle ferrovie dello Stato. Egli vive un complesso disagio psicologico determinato dalla sua incapacità a stabilire giusti rapporti con gli altri, siano essi i familiari, siano gli amici. In particolare è presente il tema del contrasto con il padre, al quale però finisce sempre con l’obbedire, e quello di un amore ostacolato. Come nota Giacalone ne viene fuori un tipo di umiliato e offeso di ascendenza russa, che oggettiva la condizione psicologica e autobiografica di Tozzi, quale sinora si era espressa in chiave frammentaria. Con lui si profila evidente l’immagine dell’inetto che dominerà i suoi maggiori romanzi. Anche qui poi non mancano minuziose descrizioni di ambiente.

     “Gli egoisti” sono l’ultimo romanzo di Tozzi. Il protagonista Dario Gavinai riprende le fattezze psicologiche di Leopoldo Gradi, secondo Manacorda5 con “una più visibile coloritura di superomismo dannunziano e il trasferimento della vicenda d’amore in una Roma allucinata e corrotta”.

     Nell’ultimo decennio della sua vita Tozzi si dedicò anche al teatro, incoraggiato sia da L. Pirandello, sia da Rosso di San Secondo; degli amici si giovò anche per la loro elaborazione. Scrisse così i drammi  “La famiglia”,  in cui rappresentò la condizione delle famiglie operaie; “La verità”, in cui denunciò la corruzione della classe borghese; “Gente da poco”, incentrata sulla malvagità umana; “L’eredità”, in cui riprese il tema di alcuni suoi romanzi che potremmo dire della “roba”; e “L’incalco”, la più nota.

     “L’incalco” è un complesso dramma psicologico dominato, ancora una volta, dal conflitto padre e figlio e da una contraddittoria risoluzione religiosa. In esso l’autore volle descrivere “l’impronta” che il padre dà ai figli, dalla quale poi essi non riusciranno più a liberarsi. Vi si narra la storia di Virgilio Poggi che, dopo aver tentato di ribellarsi al padre autoritario, tosto che quegli muore, scopre che le sue idee, che aveva combattute, ora non gli sono più estranee. Dopo il suicidio della madre poi, cede all’aspirazione mistica, in lui presente già da molto, e si avvia ad una vita di penitenza.

     Secondo Manacorda6 in questo dramma caratteristico è il concentrarsi del male del mondo nell’ambiente della famiglia, che è quasi sempre la famiglia borghese, con le sue inibizioni, i suoi rancori, le sue ipocrisie.

     

1 Z. Roncada, F. Tozzi, in AA. VV., Letteratura: forme e modelli, Torino 1989

2 E. Gioanola, Storia letteraria del Novecento in Italia, Torino 1980

3 G. Debenedetti, Il romanzo del Novecento, Milano 1971

4 E. Gioanola, op. cit.

5 G. Manacorda, Novecento, in Letteratura italiana Calderini, Bologna 1976

6 G. Manacorda, op. cit.

     

     

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